Pino Pascali, 1 metro cubo di terra, 1967. Foto Attilio Maranzano. Courtesy Fondazione Prada.
9 Mag 2015 – 10 Gen 2016

“Trittico” è una strategia espositiva dinamica concepita dal Thought Council composto attualmente da Shumon Basar, Cédric Libert, Elvira Dyangani Ose, Dieter Roelstraete. Ospitato nella Cisterna, un edificio costituito da tre ambienti verticali adiacenti che un tempo ospitavano grandi serbatoi per la produzione di distillati, “Trittico” riunisce tre lavori selezionati dalla Collezione Prada che vengono esposti a rotazione.

La seconda selezione di “Trittico” comprende Untitled (2002) di Tom Friedman, Lost Love (2000) di Damien Hirst e Pinne di Pescecane (1966) di Pino Pascali, proseguendo la narrazione avviata con la prima serie che presentava Case II (1968) di Eva Hesse e 1 Metro Cubo di Terra (1967) di Pino Pascali insieme a Lost Love. Se nella prima selezione le opere erano come tre cubi in un ordine disordinato, nel nuovo allestimento la forma del cubo è frantumata e l’entropia è spinta verso confini ambigui. L’ecosistema autosufficiente presente nell’acquario di Hirst è affiancato al moto caotico di pittogrammi plastici concepito da Friedman e alle scure pinne di pescecane dell’opera di Pascali, che emergono sinistre dal pavimento.

Dal 18 novembre 2015 al 10 gennaio 2016 nella Cisterna sarà presentata la terza selezione di “Trittico”: in un’indagine sulla rappresentazione del mondo animale, saranno esposti Did you know I am single too? (2014) di Paola Pivi e Turisti (1997) di Maurizio Cattelan, accanto all’installazione Lost Love (2000), di Damien Hirst.

Questo nuovo sistema espositivo si sviluppa su alcune idee fondanti. La prima è che la nostra esperienza dell’arte è sempre relazionale e la sua comprensione avviene attraverso opere, siano esse appartenenti al passato o contemporanee. La seconda è che una raccolta come la Collezione Prada racchiude linee interpretative inedite, che vanno oltre una lettura tradizionale. Concentrandosi su tre lavori alla volta, “Trittico” rivela similitudini inaspettate tra artisti e pratiche apparentemente diverse, e sottolinea l’importanza dell’esperienza artistica vissuta in prima persona e in condizioni diverse dal canone museale. Un’esperienza immersiva in una tridimensionalità quasi tangibile fatta di verticalità e illuminazione rarefatta, caratteristiche che nessun dispositivo tecnologico potrebbe riprodurre.