Veduta della mostra Give Me Yesterday. Foto Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti. Courtesy Fondazione Prada
21 Dic 2016 – 19 Apr 2017

“Give Me Yesterday”, a cura di Francesco Zanot, apre la programmazione di Osservatorio, il nuovo spazio espositivo della Fondazione Prada in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano dedicato alla fotografia e ai linguaggi visivi.

In un percorso che comprende i lavori di 14 autori italiani e internazionali (Melanie Bonajo, Kenta Cobayashi, Tomé Duarte, Irene Fenara, Lebohang Kganye, Vendula Knopova, Leigh Ledare, Wen Ling, Ryan McGinley, Izumi Miyazaki, Joanna Piotrowska, Greg Reynolds,
Antonio Rovaldi, Maurice van Es), il progetto esplora l’uso della fotografia come diario personale in un arco di tempo che va dall’inizio degli anni Duemila a oggi.

In un contesto caratterizzato dalla presenza pervasiva di
dispositivi fotografici e da una circolazione ininterrotta di immagini prodotte e condivise grazie alle piattaforme digitali, una generazione di giovani artisti ha trasformato il diario fotografico in uno strumento di messa in scena della propria quotidianità e dei rituali della vita intima e personale. Consapevoli delle ricerche di autori come Nan Goldin e Larry Clark negli Stati Uniti o Richard Billingham e Wolfgang Tillmans in Europa, i fotografi presentati in “Give Me Yesterday” sostituiscono l’immediatezza e la spontaneità dello stile documentario con un controllo estremo dello sguardo di chi osserva ed è osservato. Creano così un nuovo diario nel quale si confonde la fotografia istantanea con quella allestita, si imita la catalogazione ripetitiva del web e si usa la componente performativa delle immagini per affermare un’identità individuale o collettiva.

Articolata sui due livelli dell’Osservatorio, l’esposizione si apre con alcuni progetti che pongono le fondamenta del “nuovo diario fotografico”, realizzati nella prima parte del periodo considerato: le immagini di Ryan McGinley combinano naturalezza e messa in scena, originando una tipologia inedita di documentario personale; Leigh Ledare mescola in modo simile i codici dello snapshot e del ritratto posato in una serie interamente dedicata alla madre; Wen Ling avvia nel 2001 il primo photoblog cinese, sfruttando l’enorme potenziale della rete per trasformare in tempo reale gesti minimi e banali in eventi di pubblico dominio. Sullo stesso piano, i lavori di Maurice van Es e Vendula Knopová, più recenti, discendono da un precedente noto, il ready-made.
In entrambi i casi è la madre dell’artista a fornire il materiale di partenza del progetto: pile ordinate di oggetti domestici nel caso di van Es, un hard-disk riempito di immagini di famiglia per Knopová.

La seconda sezione della mostra, allestita al piano superiore, presenta lavori in cui l’aspetto progettuale è ancora più evidente, affermandosi come una delle caratteristiche chiave di questo indirizzo di ricerca, che sovraimpone alla spontaneità della cronaca di ogni giorno una ponderata griglia strutturale e concettuale. A questa evidenza si affiancano l’applicazione di un metodo modulare, ripetitivo
e in parte scientifico (Irene Fenara, Joanna Piotrowska, Antonio Rovaldi), il ricorso all’archivio come innesco di un processo di rilettura e attualizzazione (Lebohang Kganye, Greg Reynolds), la combinazione tra realtà e manipolazione digitale (Kenta Cobayashi), fino alla vasta proliferazione dell’autoritratto, elemento fondante dell’immaginario dei social network, cui viene dedicata un’intera parete (Melanie Bonajo, Tomé Duarte, Izumi Miyazaki).